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Cultura
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Scritto da Elena Manigrasso -
08.08.11 |
Leggo sul Corriere della Sera del 27 luglio 2011 un bell’articolo del giornalista e scrittore Raffaele La Capria dedicato alla città di Napoli. Una città conosciuta più per la sua monnezza che per le sue bellezze artistiche, forse perché a pochi interessa di come il suo grembo accolga il “Maschio Angioino” che con le sue torri sprigiona integra la sua virilità; di come il suo golfo si copra d’indaco al crepuscolo.
Eppure, dice lo scrittore, sarebbe bello parlare di Napoli senza allinearci agli articoli di cronaca; esistono le meraviglie di San Martino, la ricchezza espositiva del Museo di Capodimonte, le strade aggrovigliate del centro storico che ospitano bancarelle con cianfrusaglie di ogni tipo. Qui il passato sembra non sia passato. E’ una frase questa che mi riporta alla breve permanenza in quella città nei pressi della stazione, in attesa di una coincidenza ferroviaria. “Qui il passato sembra non sia passato”, e infatti i personaggi che vivono vicino la stazione sembrano appena usciti dai bozzetti oleografici dei manieristi di due secoli fa: vecchiette che chiedono l’elemosina con bende ai piedi, e poi un po’ in disparte prostitute, in angoli nascosti accattoni. Scene di vita di strada e di avvenimenti notturni delle grandi città, che custodiscono oltre al benessere anche ferite di quotidiana miseria. Miseria che si risveglia identica al mattino quando appaiono nitide ai nostri occhi, nei quartieri dove il sole non si vede, le immagini di venditori ambulanti, giocatori delle tre carte, vecchie botteghe e strade tortuose abitate da gente umile. Un realismo che bisogna osservare senza retorica o cultura di costume se vogliamo tentare di riflettere sulla questione sociale della città, antica capitale del Meridione. Sono queste le persone dimenticate da una società che va troppo di fretta, presa dai suoi tempi e dai suoi egoismi. E che per questo lascia fuori chi è più debole o più lento. Walter Benjamin, grande critico letterario del ‘900, ha paragonato la città di Napoli ad una pietra porosa, capace di contenere durezze e respiri di bellezze incredibili. Chi riesce ad insinuarsi nei suoi vicoli scopre chiese, palazzi signorili, balconi, colonne, bassorilievi preziosi. E uomini e donne di una umanità difficile da trovare altrove. Sono entrata in uno dei bar non lontano dalla stazione: una signora di mezza età mi ha servito un caffè con una miscela macinata all’istante, maneggiando una manovella di legno attaccata alla macchina. L’aroma che si solidificava tra le narici dava una strana forma di piacere. Da lontano ho visto un uomo dirigersi verso il bar. Alla cassa ha pagato due caffè: “Uno sospeso”. Chi è di Napoli sa cosa significa. Ma non ho fatto in tempo a domandarmelo che una vecchietta con delle buste di plastica in mano e vestiti un po’ trasandati ha chiesto sbucando timidamente dall’entrata.“C’è un sospeso per me?” Un ragazzo alla cassa che “voleva essere ‘nna signora” avrebbe detto il cantautore partenopeo Pino Daniele, le ha offerto subito un caffè nero come le ceneri del vulcano, bollente come le viscere del Porto, corposo come una stretta di mano. Fuori l’aspettava una casa-cartone con su scritto Cettina. Ho pagato il mio caffè e qualche sospeso per le Cettine che sarebbero entrate più in là. Napoli è una città dalle mille letture. Questa è una delle tante. Elena Manigrasso
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