Sferracavalli: Lizzano si veste di luci e colori inconsueti grazie a giovani artisti internazionali

Cultura Scritto da Elena Manigrasso - 21.08.11
sferracavalliUn ex granaio del castello di Lizzano adibito a palcoscenico: è una calda serata di agosto e ci muoviamo per le vie del paese alla ricerca dei ragazzi autori di un grande evento: la realizzazione, in questo paese di mare e ferite ambientali, del festival internazionale di immaginazione sostenibile dal 16 al 20 agosto 2011. Sferracavalli. Questa è  la prima edizione, nata da un progetto che è risultato vincitore del concorso “Principi Attivi” indetto dalla Regione Puglia. Il paese di Lizzano è diventato in questi giorni incredibilmente magico, con salottini sistemati tra le viuzze del centro storico, incontri culturali vicino la chiesetta del Rosario, lezioni di danza Tai Ji negli spazi verdi del paese. E soprattutto ha accolto scene di teatro con attori italiani e stranieri venuti da ogni parte del mondo. Ragazzi greci, americani, rumeni sono stati ospitati dalle famiglie del paese in una gara di solidarietà che scuote. Suggestivo poi il luogo delle rappresentazioni. L’ex granaio del castello, che riversava in uno stato di abbandono da più di trent’anni, ha ripreso a vivere grazie a giovani volontari che, con guanti e  mascherine, hanno tirato a lucido sedie, porte, pavimento. Incantevole la volta con travette in legno, quasi gonfie di odori del grano appena raccolto e portato alla macina; e poi ci sono i protagonisti del progetto “Sferracavalli” pieni di vitalità e convinti che la cultura, l’arte, il teatro possono cambiare il mondo, una città, un paese abbandonato a se stesso. Non solo è possibile cambiarlo con manifestazioni di dissenso verso un immobilismo sociale che ci toglie il fiato,  ma si può anche promuovendo la bellezza nel paese, la bellezza della cultura, del salottino con stoffe colorate che abbellisce la via, che invita il viandante a sedere e guardare con tempi lunghi le piccole cose. La bellezza salverà il mondo. Questo è il messaggio dei ragazzi di “Sferracavalli”. Tutti, nessuno escluso. E’ il messaggio che traspare dalla realizzazione di speciali atti unici come “Asini” della regista Francesca Cavallo. Sulla scena occhi aperti su un mondo avaro di futuro per chi ha poco più di 16 anni. La vita come gara competitiva è rappresentata sul palcoscenico come non-valore. La meritocrazia come fenomeno perfetto di laboratorio che lascia indietro gli altri deve far pensare: non è possibile riempire di cure chi è sano e non curare chi ha difficoltà. Nel monologo finale la protagonista, con un solo faro puntato sul viso, dice con i pugni chiusi: “Ci educano, anzi ci obbligano ad essere competitivi. A scuola prendo tre e non se ne frega niente nessuno. Ma invece la scuola, la società se ne deve fregare dei ragazzi che perde per strada”. Un ragazzo messo ai margini della scuola e della vita si vede spegnere l’interruttore. Dove annaspa nel buio? Ce lo chiediamo? Ma anche chi prende bei voti non ha vita facile se non segue altre tappe obbligatorie: avere la ragazza, un lavoro per sposarsi, la famiglia. E chi la ragazza non la vuole e considera importanti altri aspetti della vita come la “libertà di scegliere” è visto con sospetto. Non può essere controllato da una società che ci vuole tutti uguali. È più facile in questo modo propinarci e venderci modelli di vita, di comportamento e di consumi che creano profitti per pochi, che far spiegare le ali a chi ha qualcosa di diverso da dire o da fare. Lottiamo tra una società che ci vuole “in serie” e un’anima pulsante che ci spinge a far spuntare piccole, timide ali sulle nostre spalle. La lotta è talmente dura che preme all’immobilismo, a lasciarci trascinare dalla corrente. Ed è così che quando Lucia, uno dei tre personaggi di “Somari”, si trova di fronte un coetaneo sedicenne arrabbiato con tutto e tutti, che gli punta la pistola contro con aria stralunata, gli risponde senza emozione: “ma sì, resto con te e l’ostaggio che hai, almeno qui succede qualcosa”. “Somari” è la rappresentazione di un dolore irrisolto, incapace ancora di offrire risposte certe sulla sua provenienza. Il finale dello spettacolo crea possibili risposte. Ognuno, uscendo da quella scatola magica dove si rappresenta la realtà, o incubi riusciti, avrà cercato dentro di sé soluzioni possibili. Ritornare alla solidarietà e alla sobrietà o addirittura alla povertà come “valore” sarebbe un bell’inizio per un incontro speciale con l’uomo. Elena Manigrasso
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Commenti (2)Add Comment
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scritto da Barbara, agosto 22, 2011
Il nome dello spettacolo di Francesca Cavallo era Somari...
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scritto da elena manigrasso, agosto 22, 2011
hai ragione barbara. e ti ringrazio per avermi dato la possibilità di rettificare. un caro saluto

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