Oggi con coraggio e con civiltà si registra in più ambiti un’attenzione particolare all’alterità: dalle scienze dell’educazione, alla letteratura, all’antropologia. Una questione viva specialmente con l’inveramento della globalizzazione operata dai nuovi strumenti telematici, che ci fa toccare con mano il senso della diversità. Inoltre, oggi più che ieri si registra il grande esodo dai paesi in via di sviluppo (per guerre civili, fame, desertificazione) verso i paesi opulenti o postmoderni, da rendere cogente l’intreccio di uomini, lingue, culture, religioni.
La letteratura, sempre anticipatrice (o solo testimone) di grandi avvenimenti, registra anche nel caso di specie questi temi, tanto da poter dire che la nostra letteratura per l’infanzia ha dato meritoriamente il suo contributo; è il caso di ricordare: Ziliotto, Gandolfi, Masini, Piumini…, che hanno saputo affrontare la diversità da diverse angolature. Agli scritti di questa schiera si aggiunga ora la simpatica fiaba di Gianna Marrone, pubblicata nelle edizioni Lavieri: Il Principe azzurro (ma proprio azzurro), un cartonato multicolore, efficacemente illustrato da Erika De Pieri. Il plot. In un regno lontano nasce un principe tutto azzurro; gli affibbiano i nomi di Arturo Bernardo Cordelio, per accontentare i genitori e le amate zie, per chiamarlo infine solo Arbecò. Dopo un’infanzia felice, giunge per il principe il momento di prendere moglie; i genitori organizzano una festa e invitano la principessa del reame vicino, bella, ricca ma poco “intelligente”; nel corso della cerimonia avviene l’inaspettato: il principe è rifiutato proprio dalla prescelta, perché la principessa non vuole sposare “un principe tutto azzurro”, in quanto il sogno è azzurro e non la realtà, dunque ella non sposa un sogno. Arbecò scopre l’infelicità, per la prima volta nella sua vita qualcuno non aveva apprezzato la sua bellezza, la sua bontà e la sua intelligenza. Dopo alcuni anni il principino, convinto di essere vittima di un incantesimo, parte in cerca dell’antidoto. Lungo il cammino incontra gente di lingue e culture diverse e nessuno nota il colore della sua pelle, proprio come succedeva nel suo regno. Prima di concludere il viaggio, decide di visitare un ultimo paese: gli uomini hanno gli occhi a mandorla e bevono da una fonte che li rende felici. Allora, si reca al castello del re per chiedergli se conosce il modo per liberarlo del suo incantesimo. Ma alla fortezza incontra la principessa coi capelli neri, gli occhi a mandorla, bella e dolce come nessuno, di cui s’innamora, e quando è di fronte al re anziché chiedere una soluzione al suo problema, domanda la mano di sua figlia. Il sovrano accetta e i due giovani si sposano; alla festa partecipano lieti i sudditi dei due regni e tutta la gente che Arbecò aveva conosciuto nel corso del suo lungo viaggio. L’unica afflitta è la principessa vanitosa e poco intelligente che mai più avrebbe trovato un principe azzurro, bello, amato e giusto come Arbecò. Muovendosi lungo i canoni della fiaba classica, immediatamente la docente romana, infarcisce Il principe azzurro, operando con una serie di figure narratologiche: avvia una serie di inferenze con altre fiabe come “Il vestito dell’imperatore” o “Il principe ranocchio” o “Cenerentola”…; opera con il procedimento narrativo di interloquire con il lettore, chiamandolo in causa, secondo il procedimento simile all’apostrofe (di cui da esempio Queneau nel suo Esercizi di stile); usa spesso la figura dell’ironia, con l’intento di mostrare alcune esagerazioni degli adulti (è il caso di Arbecò che diventa un oggetto su cui re, regina e zie, trasferiscono i loro affetti spesso totalizzanti). Ci troviamo allora di fronte ad una fiaba sui generis: classica nell’impianto (con un principe che parte, compie il suo viaggio iniziatico, si sposa) e moderna per l’interlocuzione che s’avvia nel testo di tanto in tanto tra il narratore e il lettore. In questa cornice narrativa, Gianna Marrone presenta in maniera leggera il problema della diversità; un aspetto umano che spesso non costituisce un peso per il diverso (o per coloro i quali sono sgombri da pregiudizi): lo è per chi si sofferma sugli aspetti esteriori e giudica secondo preconcetti. Sia lo stesso principe, sia i suoi sudditi, sia la gente che incontra viaggiando non si accorgono del suo colore; o meglio, la pigmentazione della pelle di Arbecò non costituisce un freno nei rapporti franchi e di amicizia. Alla fine l’Autrice non la da vinta al luogo comune, perché il finale è un riconoscimento della diversità, quale condizione di arricchimento dell’umanità; vi è un’apertura di credito alla tolleranza nella diversità; chi rimane legato a vecchi stereotipi (che tanto danno hanno arrecato all’umanità) di superiorità razziale o di supposti caratteri assoluti di bellezza, aspetta ai margini in attesa di quel principe agognato che non arriverà mai. Cosimo Rodia
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