Il futuro del giornalismo in Italia. Niente panico, è tutto fuori controllo. |
| Cronaca | Scritto da Oriana Rausa - 10.01.12 | |||
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Questo è stato il tema dell’incontro a Lecce alle Officine Cantelmo lunedì 9 gennaio 2012 tra i rappresentanti dell’Ordine dei giornalisti pugliese e i giornalisti, pubblicisti e praticanti accorsi alla conferenza. La grande incertezza sul dopo riforma ha pervaso tutti gli interventi e le domande del pubblico con al centro una domanda: “è giusto liberalizzare le professioni, e se si come liberalizzare la professione di giornalista?” La liberalizzazione delle professioni è un tema attuale- Il governo Monti è convinto e spera di potercela fare questa volta in barba a tutte le categorie protette esistenti in Italia. Ci ha provato Prodi, poi Bersani e anche il governo Berlusconi. Quello delle licenze e del libero accesso alla professione incontra in Italia, diversamente da ogni stato europeo, una barriera invisibile e insormontabile. Eppure una riforma c’è. Anzi una vera e propria legge che sembra porti a un vero stravolgimento dell’ordine. Ma partiamo dai riferimenti legislativi. Il punto di partenza di questa legge è la riforma Tremonti 138 che recita in sunto: fermo restando l’esame di stato gli ordinamenti esistenti devono garantire la libera concorrenza e la pluralità dell’offerta secondo alcuni punti generali: a) Accesso alla libera professione. b) Previsione di corsi di aggiornamento continui e obbligatori. c) Il tirocinio concordato con il Ministero deve essere regolato da un continuo ed effettivo svolgimento. d) Il compenso sarà pattuito all’atto del contratto. e) A tutela del cliente si deve stabilire un’assicurazione. f) Saranno costituiti organi a livello territoriale e nazionale per le questioni disciplinari. g) Deve essere garantita la pubblicità informativa. Già da questa riforma si vede come la figura del pubblicista pone dei quesiti sin dalla prima riga ovvero riguardo l’esame di stato. Sarà obbligatorio anche per questa categoria? Non è dato saperlo. Il governo Monti ha introdotto un paio di precisazioni con la legge 183/2011 secondo la quale la riforma degli ordini avverrà per decreto del Presidente della Repubblica senza il passaggio dal parlamento che comunque non si esprime visibilmente sulla riforma. Un’altra precisazione è la data entro cui “tutte le norme vigenti in contrasto con i principi suddetti sono abrogate dal 13 agosto 2012”. Da questa data quindi, a meno di ulteriori passi indietro, avverrà la riforma degli ordini, se di riforma davvero si parla, con tutte le precisazioni che devono ancora essere date. I pubblicisti sono la categoria più colpita dai cambiamenti, in quanto per i giornalisti professionisti non dovrebbe cambiare alcunché. La figura del pubblicista è stata pensata, quando è stato creato l’ordine, come una persona che non svolge la professione di giornalista a tempo pieno ma che scrive e pubblica articoli per passione o per lavori accademici ed è comunque riconosciuta. Oggi però le cose sono cambiate. Il pubblicista è a tutti gli effetti il primo gradino per entrare nel mondo dell'informazione. Con l’avvento di Internet e la crisi dell’editoria le aziende e gli editori, anche e soprattutto nazionali, usano il tesserino del pubblicista come un praticantato gratuito o come un espediente a pagare poco i propri collaboratori, ponendo di fatto la stragrande maggioranza di chi fa informazione in Italia in un precariato senza limite di tempo. La differenza generazionale era palese anche durante l’incontro a Lecce. C’è chi, pubblicista da anni, ha come grande timore la perdita del tesserino e dei privilegi dell’iscrizione all’ordine e la paura di perderli nel caso in cui l’esame di stato per tutti sarebbe una realtà. Dall’altra parte un coro di giovani precari che vivono di giornalismo ma che non hanno nessun riconoscimento o garanzia per il futuro, vedono in questa riforma più che un ostacolo, una vera occasione per intavolare un discorso più grande sull’utilità effettiva della presenza di un ordine e dell’accesso ad una professione che non deve più distinguere tra giornalista di serie A e giornalista di serie B. Probabilmente ci sarà un periodo di sanatoria in cui verranno presi in considerazione tutti i casi come i pubblicisti già iscritti, mentre nella nebbia più totale rimangono chi svolge oggi il praticantato, visto che non sono stati stabiliti ancora i termini del famigerato accesso. Ad oggi, la situazione è che non si capisce cosa e come cambierà la situazione. Il 20 gennaio ci sarà un incontro tra le parti che vedrà il governo in un tavolo con i rappresentanti dell’ordine sia regionale che nazionale. Questi porteranno le loro rimostranze che per lo più si basano sulla proposta della stipula di una costosa assicurazione e della rappresentanza territoriale, e le loro proposte che dovrebbero interessare l’accesso alla professione. È questo in realtà il tema più importante e poco discusso della riforma. L’accesso alla professione in Italia è regolato dall'esame di stato e dalle scuole di giornalismo che sono proibitive per la maggioranza delle famiglie italiane medie e che quindi sono a tutti gli effetti una piccola casta perché oltre ad essere selettive, hanno dei posti limitati. Nel resto dell’Europa gli ordini non esistono. Esistono forti sindacati a tutela dei lavoratori di categoria e organi disciplinari ma non esistono gli ordini in quanto ritenuti lesivi della libera concorrenza e contrari ai principi democratici del libero accesso alla professione. Tra i giornalisti presenti la voce che circolava, come un augurio forse, è che poco cambierà in realtà. Non ci resta che attendere nuovi sviluppi e che nessun altro ministro sia costretto a piangere lacrime amare ancora una volta. Oriana Rausa Annunci Pubblicitari
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